L'ultima guerra di Gates

“Duty: Memoirs of a Secretary at War”, il memoriale politico di Gates in uscita martedì prossimo e di cui sono bastati estratti e recensioni per scatenare una tempesta a Washington, può essere letto come il meticoloso svolgimento, in oltre seicento pagine, di quell’amara metamorfosi del potere americano tratteggiata un attimo prima di uscire dalla porta: è il passaggio dalla visione eccezionalista di George W. Bush a quella ragionierista di Barack Obama, concezioni che l’ex segretario della Difesa e direttore della Cia negli anni del vecchio Bush, ha conosciuto e influenzato dall’interno.
17 AGO 20
Immagine di L'ultima guerra di Gates
New York. Nell’estate del 2011 Robert Gates ha abbandonato la direzione del Pentagono e la vita pubblica con un’intervista che trasudava tutta la frustrazione per la grandiosa ascesa, nei corridoi della politica, di una visione del mondo a lui aliena. Il punto infiammato era la collocazione periferica dell’America invocata da tanti suoi colleghi, non soltanto d’ascendenza obamiana: “Francamente, non riesco a immaginare di essere parte di una nazione, parte di un governo, e lasciamo perdere repubblicani e democratici, non c’entra niente questo, che è costretto a ridurre drasticamente il nostro impegno nel mondo. Non so se succederà o no. Ma è un problema che andrà affrontato”.
“Duty: Memoirs of a Secretary at War”, il memoriale politico di Gates in uscita martedì prossimo e di cui sono bastati estratti e recensioni per scatenare una tempesta a Washington, può essere letto come il meticoloso svolgimento, in oltre seicento pagine, di quell’amara metamorfosi del potere americano tratteggiata un attimo prima di uscire dalla porta: è il passaggio dalla visione eccezionalista di George W. Bush a quella ragionierista di Barack Obama, concezioni che l’ex segretario della Difesa e direttore della Cia negli anni del vecchio Bush, ha conosciuto e influenzato dall’interno. Da una parte c’era la moral clarity, l’esportazione della democrazia, lo scontro di civiltà, i principi universali da brandire contro un altrettanto universale asse del male; dall’altra i calcoli di palazzo, la guerra chirurgica al terrore, le idee politiche sempre esposte ai momentanei venti della convenienza, l’ossessione del controllo da parte di una Casa Bianca gestita con criteri da “micromanagement”, azienda famigliare in cui i membri sorvegliano anche i dettagli di cui non sanno nulla. “La Casa Bianca di Obama è di molto la più centralizzata e ‘in controllo’ che io abbia visto dai tempi di Richard Nixon e Henry Kissinger”, scrive Gates in un memoir che maneggia senza guanti l’Amministrazione Obama e il suo carico di responsabilità negli scenari di guerra e di pace. Aveva già sperimentato lo scontro fra visioni dell’America partecipando ai lavori dell’Iraq Study Group, il gruppo bipartisan voluto da Bush, e guidato da James Baker e Lee Hamilton, per dare consigli sulla strategia in Iraq. Prima che la commissione pubblicasse il report finale, nell’inverno del 2006, Gates era stato chiamato a sostituire Donald Rumsfeld al Pentagono, ma ha osservato in azione la ferale offensiva ideologica della fazione ritirista. Bush aveva ammesso che la situazione in Iraq era “pessima” e la commissione ne aveva approfittato per suggerire un sostanziale ritiro delle truppe. Poche settimane dopo la pubblicazione del rapporto, l’analista Frederick Kagan e il generale Jack Keane hanno esposto alla platea dell’American Enterprise Institute l’idea di un “surge” di soldati e risorse per rovesciare l’inerzia della guerra. E’ stata quella, infine, la politica ufficiale adottata da Bush, praticata dal Pentagono di Gates e avversata da Hillary Clinton per ragioni squisitamente politiche (le primarie contro Obama richiedevano uno spostamento a sinistra), come rivela il libro del segretario in un passaggio che i critici di Hillary citeranno spesso da qui al 2016.
Il segretario venuto da Wichita, nel Kansas, e cresciuto nella Cia è stato spesso un personaggio di opposizione. Nel gabinetto di Bush occupava la casella del repubblicano realista guidato dal common sense, cosa che lo ha avvicinato assai al segretario di stato, Condi Rice (con la quale condivideva anche la formazione sovietologica) e al consigliere per la Sicurezza nazionale, Stephen Hadley, ma non altrettanto all’implacabile falco Dick Cheney. Non a caso nella sua vita post politica offre consulenze in società con Rice e Hadley. Nei ranghi obamiani era un personaggio spurio, nominato da un presidente inesperto innanzitutto per far funzionare la macchina della burocrazia militare, faccenda che richiede l’enorme rispetto di cui Gates ha sempre goduto. Come molti membri dell’esecutivo, Gates era tendenzialmente marginalizzato nella catena decisionale dall’invadenza del cerchio magico del presidente. Quello che lo faceva più imbestialire era che Obama “non credeva alla sua stessa strategia” in Afghanistan: Obama, scrive Gates, era convinto che l’aumento delle truppe sarebbe stato un fallimento. Con Joe Biden, vicepresidente che ha ottenuto all’inizio del mandato grande libertà di movimento, lo scontro sulla strategia di guerra è stato incandescente: “Ha avuto torto su quasi tutte le questioni di politica estera e di sicurezza nazionale negli ultimi quarant’anni”, ha scritto Gates, suscitando la reazione indignata della Casa Bianca. Obama ha addirittura invitato i fotografi a immortalare in via eccezionale il pranzo settimanale con Biden per sottolineare la coesione del gabinetto. Primeggia però su Biden nella classifica del disprezzo politico il Congresso, “che si vede meglio da lontano, più lontano e meglio è, perché da vicino è orribile. La maggior parte dei membri del Congresso è incivile e incapace di compiere i suoi basilari doveri istituzionali”, scrive Gates in un memoriale costruito attorno a ragionati dissensi e con abbondante veleno sulla coda.